Monumenti e luoghi d'interesse

Data:
15 Gennaio 2021
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Abbazia di San Giovanni Battista

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L’Abbazia di San Giovanni Battista è posta in una zona isolata e circondata da boschi tra i nuclei abitati di Spogna, Collimento e Lucoli Alto, quasi a voler mantenere il suo carattere di neutralità fra le diverse frazioni lucolane. È un ex monastero benedettino poi convertito in collegiata nella metà del 400. Durante il Medioevo, le abbazie1, isolate dai centri urbani e ubicate in posizioni strategiche, svolsero un ruolo molto importante in quanto erano sede del potere non solo spirituale, ma innanzitutto temporale. Anche per questa ragione la costruzione e il rafforzamento del potere delle abbazie furono molto spesso seguiti con interesse e talvolta appoggiati dalle autorità che volevano, attraverso esse, mantenere il controllo di certe zone. È questo il caso dell’abbazia di Lucoli, fondata nel 1077 dal conte Odorisio che, più per motivi politici che religiosi (era in corso l’invasione normanna), donò all’abate Pietro e alla sua comunità monastica cospicui possedimenti di terre corrispondenti, in gran parte, all’attuale comune di Lucoli. Inoltre, pose l’abbazia sotto il diretto controllo della Santa Sede sottraendola ad ogni giurisdizione locale (in tal modo divenne un’abbazia nullius).  

La contea di Collimento e l’abbazia di San Giovanni furono quindi i due più grandi centri su cui si giocava tutto il potere temporale. 

Successore del primo abate Pietro fu Lucolano, sotto la cui guida il monastero ebbe ospite San Franco di Roio al quale fu offerta la carica abbaziale che prontamente rifiutò per dedicarsi a quella vita eremitica che lo avrebbe presto condotto alla santità. Nel 1291 fu eletto abate Pietro Matthei che però rinunciò all'incarico per l'impossibilità di governare la vita cenobitica secondo i dettami della Regola, a causa della scarsa disciplina dei monaci. Per questo motivo, con la bolla "Meditatio cordis nostri" del 27 settembre 1294, papa Celestino V unì questa comunità a quella di Santo Spirito di Sulmona dei monaci Celestini. Tuttavia, nel 1318 il monastero tornò ad essere autonomo. 

La vita monastica si svolse con alterne vicende che videro l'abbazia attraversare momenti di difficoltà, ma anche assurgere ad una notevole importanza economica e politica.  

La vita cenobitica ebbe luogo fino al 1456, anno in cui morì l'ultimo abate regolare eletto dai monaci. In relazione alle non buone condizioni spirituali, morali e materiali del monastero, papa Callisto III, nel 1461, soppresse e secolarizzò il cenobio e nominò il primo abate commendatario nella figura di Giambattista Gaglioffi, membro dell'omonima e ricca famiglia aquilana, che fu anche vescovo aquilano dal 1488 al 1491. Questo abate, come tutti i successori secolari, elesse la propria dimora nella chiesa di San Giovanni di Lucoli a L'Aquila2 (ora non più esistente), anziché nella residenza monastica di Collimento, determinando quel distacco tra la popolazione lucolana da una parte e l'abate dall'altro. Gli abati commendatari, non provenendo dall'ambiente monastico, erano poco sensibili alle necessità dei monaci e consideravano le abbazie alla stregua di pure e semplici proprietà dotate di rendita finanziaria. Ebbero perciò scarso interesse per la vita religiosa che vi si conduceva, sicché il periodo della commenda in generale fu un periodo di decadimento sia della vita monastica che delle strutture edilizie.  

Nel 17543, papa Benedetto XIV pose termine alle continue dispute tra le diocesi ponendo l'abbazia sotto la giurisdizione del vescovo aquilano (l’abbazia divenne parrocchia ordinaria, vennero rimossi la mitria e il pastorale, ma non il titolo di abate di cui tuttora il parroco di San Giovanni si fregia). La popolazione non gradì la decisione e l'abate dell'epoca, Mari, richiese perciò la soggezione al patronato regio nella speranza di riconquistare in parte l'autonomia perduta. Nel 1793 Ferdinando IV re di Napoli, nell'accondiscendere alla richiesta, decretò l'abbazia di regio patronato, riservandosi l'elezione dell'abate commendatario e lasciando al vescovo la sola approvazione canonica. Tale situazione sembra perdurare fino al 1869, fin quando cioè i parroci di San Giovanni Battista iniziarono ad essere nominati dal vescovo. Da allora le vicende dell’abbazia sono legate a quelle della diocesi aquilana. 

Il complesso di San Giovanni Battista presenta tutte le caratteristiche tipiche delle abbazie medievali (edificio religioso, chiostro, dormitori, stalla, refettorio, orti) ed inoltre si è conservato mantenendo una certa configurazione originaria anche se, nel corso dei secoli, ha subito notevoli interventi di modifica e adattamento.  

Nel 1837 è stato aggiunto il porticato esterno grazie alle donazioni della popolazione lucolana così come ricorda la lapide apposta sulla facciata frontale: 

I. D. N. 

HANC. TEMPLIFRONTEM 

DIVO. JO. BAPT. DICAT 

CIVES BENEM. LUCUI. 

PUB. PEC. EX. FUNDAM. 

EREXERUNT 

ANNO REP SALUTIS 

MDCCCXXXVI 

( L A sta per “Lucolana Abatia”) 

L’ultimo restauro, conclusosi nel 1994, ha permesso di riportare alla luce antiche fasi costruttive e soprattutto opere d’arte di cui non si conosceva l’esistenza. La chiesa, infatti, da un originaria struttura romanica4, fu convertita in stile barocco dopo il terremoto del 1703 che l’aveva quasi completamente distrutta. Oggi nell’edificio convivono entrambi gli stili (romanico e barocco) e ciò che si è ottenuto è uno splendido risultato artistico.  

L’abbazia è dedicata a San Giovanni Battista5, precursore e cugino del Cristo sempre rappresentato vestito con pelli di cammello e il cartiglio recante la scritta “Ecce agnus dei” (Ecco l’agnello di Dio). 

La chiesa si presenta a tre navate divise da pilastri ottagonali su cui poggiano archi a tutto sesto ricoperti da capriate lignee. La navata centrale termina con l'altare maggiore, dedicato a San Giovanni Battista e all'Immacolata Concezione e preceduto da una balaustra in marmi bicolori con linee e disegni tipicamente barocchi. Questo altare venne fatto erigere nella metà del ‘700  su patrocinio della famiglia Mosca di Collimento come confermano gli stemmi apposti sulla balaustra.  

Molte sono le opere di interesse artistico contenute all’interno dell’edificio che testimoniano come famosi maestri aquilani e non abbiano lavorato al suo interno. Tra essi il più importante è sicuramente Andrea De Litio6 di cui sono stati rinvenuti alcuni affreschi quattrocenteschi sui pilastri dell’altare e della navata raffiguranti San Lorenzo, San Giorgio, un ritratto di vecchio e un santo francescano. Di pregevole valore è l’affresco decentrato cinquecentesco dedicato alla Madonna del Rosario opera di Pompeo Cesura7. Sempre allo stesso autore è riconducibile l’affresco dell’Ultima cena sulla parte destra dell’altare maggiore dove a fianco si nota un tabernacolo del 1511 offerto dalla famiglia Sollecchia come è riportato sull’iscrizione frontale. A fianco dell’altare del Rosario si trova una pregevole Pietà datata 1583 di forte richiamo michelangiolesco e recante sui lati Sant’Antonio Abate e San Leonardo riconoscibile dai ceppi che tiene in mano. Poco più avanti un affresco con la Madonna del Carmelo datato 1640 dove spicca la figura di San Carlo Borromeo (chiara allusione votiva ai fenomeni pestilenziali che colpirono il territorio lucolano in epoche passate). Lungo la navata destra sono presenti due tele raffiguranti San Francesco nell’atto di ricevere le stimmate attribuita a Battista Celio (allievo del Bedeschini) e la SS. Trinità (di Giulio Cesare Bedeschini8). Nella stessa navata si osservano una serie di lapidi commemorative a riprova dello ius patronato che facoltose famiglie lucolane (in primis quella dei Mosca) avevano nell’abbazia.  

Appartenente all’abbazia, ma ora in custodia presso la curia arcivescovile di L’Aquila è la croce processionale d’argento datata 1377 opera dell’orafo sulmonese Paolo di Meo Quatraro9. 

I locali della sacrestia ospitano un affresco di Francesco da Montereale10 del 1522 raffigurante una Natività impreziosita da un ricco panneggio, un coro ligneo con ai lati i simboli degli evangelisti e un soffitto pure ligneo policromo recante al centro lo stemma del primo abate secolare Giambattista Gaglioffi. In una nicchia è conservata, inoltre, una statua di San Giovanni Battista  del XVIII secolo.  

Attraverso una porta laterale ci si immette nell’antichissimo chiostro in stile romanico benedettino disposto in forma trapezoidale intorno al corpo della chiesa e costituito da un piano inferiore e da uno superiore dove erano situate le celle dei monaci. Curiosa la posizione della colonna a sinistra della scalinata: rovesciata e poggiata sul suo capitello mentre la base fa da sostegno alla mezza arcata d’ingresso. Del chiostro si nota un certo disordine strutturale dovuto ai numerosi rifacimenti per effetto dei danni sismici.  

Chiesa della Beata Cristina (frazione Colle) 

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Questa chiesa è dedicata alla Beata Cristina, un personaggio che da quasi cinquecento anni tutti i lucolani portano nel cuore. Inizialmente, tale edificio, che non corrispondeva alle dimensioni attuali perché molto più piccolo, era chiamato “Cona” perché al suo interno era venerata un’immagine della Vergine con il Bambino in braccio11. Davanti a questa sacra immagine si prostrava sempre la piccola Mattia Ciccarelli12 (1480-1543), colei che sarebbe diventata la futura Beata Cristina. Dopo la sua morte, questa piccola chiesa venne dedicata alla Beata e, dato l’immenso afflusso di pellegrini che arrivavano da ogni dove per venerare il luogo santificato, nel 1590 si decise di ampliare l’edificio.  

Da tutto ciò si deduce che tale chiesa ha un origine molto più recente rispetto alle altre chiese lucolane, ipotesi confermata dal fatto che non risulta nominata in nessun documento antecedente al XV secolo.  

Negli anni ottanta è stato realizzato il restauro della parte muraria. 

La chiesa si presenta ad una sola navata con volta a botte ribassata e completamente affrescata. La nave è spartita da una balaustra settecentesca che racchiude una profonda area presbiterale occupata da un altare maggiore (dedicato alla Vergine) e da due altari laterali, decorati da tele rappresentanti la Pietà (a sinistra) dove spicca la figura di San Carlo Borromeo13 (il dipinto è un vero ritratto del santo perché in quel tempo ne esistevano molti) e, a destra, la Madonna con Angeli tra San Francesco d’Assisi e San Martino di Tours (quest’ultimo è legato a un episodio particolare della vita della Beata Cristina14). La tela venne, forse, realizzata dopo una delle gravi pestilenze che colpirono l’Abruzzo in segno di ringraziamento. 

Lungo la navata sono collocati altri due altari laterali con due tele raffiguranti la Madonna col Bambino; in quella di sinistra si coglie la figura di San Gregorio Magno15: è possibile che il quadro sia stato commissionato da uno degli abati dell’abbazia di San Giovanni perché San Gregorio Magno era di formazione benedettina. Insieme a S. Agostino, S. Ambrogio e S. Girolamo fa parte dei quattro Dottori della Chiesa ed è per questo motivo che viene sempre rappresentato con così grande fasto.  

Della chiesa originaria restano solo gli affreschi sulla volta del soffitto, quelli dell’altare maggiore e la parte del coro dove si nota un Re David che suona l’arpa (una precisa descrizione del passo biblico, segno che, secondo la dottrina gregoriana16, tutto ciò che si trovava all’interno delle chiese doveva educare il popolo); le restanti decorazioni sono successive al seicento. Sul soffitto, un affresco di fine ‘300/inizio ‘400 raffigura San Giovanni Battista, la Madonna, Gesù Cristo e San Giuseppe con la verga fiorita17. Nella parete destra, conservate in due nicchie, si trovano le statue di Sant’Antonio da Padova, da poco rinvenuta e restaurata, e della Madonna Assunta portata in processione il 15 agosto di ogni anno (solennità dell’Assunzione di Maria). 

La chiesa, come si evince, mostra significativi legami con l’abbazia: dalle figure di San Carlo Borromeo e San Gregorio Magno alla balaustra e altare maggiore in puro stile barocco. 

La facciata dell’edificio, arricchita da decorazioni alle finestre, al portale e agli oculi, risulta un bell’esempio di tardo barocco. Nella parte posteriore si aggancia la torre campanaria a tre sezioni con un cornicione marcapiano decorato dallo stemma del Comune di Lucoli posto sulla parte esterna perché doveva essere visibile, ieri come oggi, a terale che c

Immersa nella quiete dell’abitato, sempre nella frazione Colle, è possibile visitare la Chiesola, una piccola chiesa fatta erigere per devozione di una nobildonna del luogo in cui è venerata l’immagine della Madonna del Buon Consiglio. 

Importanti costruzioni storiche sono anche palazzo Marrelli dove nacque e visse Pietro Marrelli18 (come riporta la lapide commemorativa sulla facciata), protagonista della storia risorgimentale aquilana, e palazzo Cordeschi, posto in Largo Iannini. 

Chiesa di San Sebastiano (frazione Collimento) 

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La chiesa di San Sebastiano è posta nella frazione Collimento, nella parte alta del centro storico. È molto antica perché già citata nella Bolla di Innocenzo III del 1215 tra i possedimenti abbaziali. Tutto ciò si evince dai reperti di affreschi rinvenuti sulle pareti e successivamente ricoperti da intonaco sia per motivi artistici che igienici (in epoche passate le chiese erano usate come lazzaretti per ospitare i malati di peste). 

Nel 1313 figurava tra le chiese che appartenevano per metà all’abbazia e per l’altra metà alla diocesi di L’Aquila. Questa particolare situazione permaneva anche nell’anno 1474, anno in cui il vescovo aquilano Amico Agnifili visitò la chiesa e la gente del luogo confermò tale situazione. Dati i contrasti tra Santa Croce e San Sebastiano, il vescovo decise di dividere i beni della chiesa di San Salvatore di Collimento (chiesa esistente in località Cerreta già nel 950 e scomparsa nel XV secolo), che era ormai senza rettore e in situazioni disastrate, tra queste due chiese, con la promessa che San Sebastiano garantisse fedeltà alla diocesi aquilana.  

La chiesa ha una forma anomala in quanto è senza fronte: l’ingresso principale, infatti, si apre sulla parete di destra della navata ed è preceduto da una scalinata. L’ingresso secondario, invece, è posto nella cappella dedicata a San Giuseppe, annessa alla navata principale. Costruita in un secondo momento rispetto alla chiesa principale per interessamento della nobile Caterina Lupacchini di Collimento (fu costei infatti che, tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, ne finanziò la realizzazione “depositando la moneta” sotto le fondamenta, come era in uso all’epoca), tale cappella è posta a sinistra dell’altare maggiore ed è molto interessante da un punto di vista architettonico: è coperta, infatti, da due cupolette ellittiche traverse che formano vele di sostegno decorate da affreschi con angeli e da uno stemma vescovile recante la scritta “ex toto corde”. Al suo interno, in una teca di vetro, è conservata la statua di San Giuseppe col Bambino in braccio. A sinistra di tale statua ve n’è un’altra raffigurante San Gabriele dell’Addolorata, santo patrono dell’Abruzzo e dei giovani. 

Di grande valore artistico è da segnalare la statua lignea di San Sebastiano recentemente restaurata cui è dedicato l’altare maggiore. Questo altare, in stile barocco, risulta nella forma e decorazione molto simile a quello dell’abbazia di San Giovanni, segno che entrambe le chiese (come anche quella della Beata Cristina) furono ricostruite nello stesso periodo e precisamente dopo il terremoto del 1703. 

La chiesa è dedicata, oltre che a San Sebastiano, alla Madonna delle Grazie e a San Rocco. La figura di San Rocco, come quella di San Sebastiano, è molto ricorrente nelle chiese di campagna perché entrambi questi santi sono considerati protettori della peste. Nelle chiese lucolane si ritrovano diversi affreschi e statue raffiguranti tali santi a testimonianza delle gravi pestilenze che colpirono il nostro territorio in epoche passate.  

Alla fine degli anni ’60, alcuni abitanti di Collimento aiutati dall’abate Virgilio Pastorelli fecero restaurare la statua della Madonna delle Grazie che si scoprì avere un notevole valore artistico perché opera di Silvestro dell’Aquila19 da tempo ricercata.  

Secondo la tradizione, originari di Lucoli e discendenti dei Conti Marsi di Collimento si ritiene siano i conti Mosca: tracce della loro presenza sono state rinvenute sia nell’abbazia di San Giovanni (stemmi e lapidi) sia nella frazione di Collimento (costruzioni gentilizie oggi di proprietà privata). Infatti, sempre a Collimento, ubicati su uno scoglio roccioso si trovano i resti del Castello di Collimento (risalenti al XI secolo) in cui, come vuole la leggenda, dimorò il conte Oderisio (colui che nel 1077 fondò l’abbazia di San Giovanni). 

All’interno del paese è possibile visitare altre due testimonianze legate alla storia lucolana: palazzo Properzi, appartenente all’omonima famiglia che nei secoli passati ebbe un ruolo fondamentale nelle vicende armentarie lucolane (il barone Antonio Properzi prese in moglie una marchesa proveniente da Foggia a riprova degli ottimi rapporti commerciali che si instaurarono tra queste zone) e palazzo Cialente (nei pressi del Castello). Erano queste le famiglie più facoltose di Lucoli. 


Cappelle rurali di Sant’Antonio, Madonna di Peschio Cancelli e Madonna Immacolata 

chiesa peschio cancelli e fontana

Ubicate tra le frazioni di Collimento e Lucoli Alto, lungo un sentiero sterrato, si trovano le piccole cappelle dedicate a Sant’Antonio e alla Madonna di Peschio Cancelli. La prima che incontriamo è la chiesetta di Sant’Antonio le cui origini si perdono nella notte dei tempi e possono essere recuperate solo dai malinconici racconti degli anziani. Usata, in passato, come luogo di incontro spirituale e non di pastori che si recavano nella vicina piana di Campo Felice, pochi decenni fa, la cappella è stata restaurata da Gregorio Giusti, originario di Lucoli Alto, che la rimise a nuovo date le pessime condizioni in cui si trovava. Ancora oggi, il 13 giugno (festa di Sant’Antonio da Padova) viene celebrata una Messa per interessamento degli abitanti di Lucoli Alto.  

L’edificio, di modeste dimensioni, contiene al suo interno un altare con un quadro raffigurante Sant’Antonio da Padova e una serie di quadretti e oggetti devozionali. 

A circa un chilometro di distanza incontriamo il tempietto della Madonna di Peschio Cancelli, incuneato in una roccia usata oggi da coloro che vogliono cimentarsi nell’arte dell’arrampicata. Luogo di preghiera, di miracoli e di conversioni (e anche di celebrazioni di matrimoni) era anche punto di soste ristoratrici per pastori e carbonari che da ogni parte di Lucoli (specialmente dei paesi “di qua dal Rio”) solevano raggiungere la montagna. La zona era sosta obbligata anche per gruppi di donne che si recavano ai piedi della montagna per raccogliere frasche che, composte nei mitici fasci, portavano a casa per la provvista invernale. Le soste erano due: una all’andata e una al ritorno. Quest’ultima veniva usata per il ristoro e per i saluti di commiato che, preparato fin dalla Madonna di Peschio Cancelli, avveniva puntualmente all’incrocio della cappella di Sant’Antonio. Le donne di Spogna e Spognetta prendevano la strada di sinistra perché solevano passare per Collimento, mentre quelle del Colle (e talvolta di Casavecchia e Piaggia) la strada di destra perché preferivano passare per Lucoli Alto.  

Anche la festa organizzata in onore di questa Madonna ha qualcosa di suggestivo. In passato, ma ancora oggi, era preparata un anno da Collimento e un anno da Lucoli Alto. È interessante sapere che la statua veniva ornata, alternativamente, da due corone: una a forma rettangolare quando i festeggiamenti erano appannaggio del comitato di Collimento; una di forma circolare quando i festeggiamenti venivano preparati da quello di Lucoli Alto. La processione, accompagnata da banda e canti, si snodava dalla Madonna di Peschio Cancelli fino alla chiesetta di Sant’Antonio dove si tenevano pure i fuochi pirotecnici.  

La facciata della chiesetta reca, sulla porta d’ingresso, un’epigrafe in cui sono incise, in stampatello, le seguenti parole:  

“In onore della Madonna di  

Peschio Cancello questa cap 

pella fu eretta per devozione  

di D. Giò. Battista Properzii  

A.D. MDCCCLVII”. 

Tale iscrizione risulta fondamentale per ricostruire la storia di questa cappella. Infatti, nell’anno 1857, venne costruito l’edificio ai piedi di questo masso roccioso conosciuto da sempre come “il Peschio”. Nel luogo era già presente la statua della Madonna conservata, prima e dopo la costruzione della cappella stessa, dentro la nicchia scavata direttamente nella parte inferiore della parete del sasso, forse protetta, nel passato, da qualche schermo presumibilmente in rete. In base ai dati dell’epigrafe si è venuti a conoscenza che tale chiesetta fu eretta per grazie ricevute dalla nobildonna Anna Salomone, egregia consorte di Don Giambattista Properzi e figlia del celebre generale Federico Salomone (1825-1884), legato a Lucoli per la comune militanza con Pietro Marrelli (1799-1871) nelle file di coloro che spesero la vita per l’unità e l’indipendenza d’Italia. Le grazie ricevute fanno riferimento a una difficile e impossibile gravidanza portata a termine dalla nobildonna per intercessione della Madonna di Peschio Cancelli. Come testimonia questo episodio, a tale statua sono attribuiti poteri miracolosi che la gente di Lucoli ha sempre conosciuto. Infatti, già prima dell’edificazione da parte della famiglia Properzi, Michele Palumbo20 (1811-1851), nel poemetto “Le mie sventure” cita proprio la Madonna di Peschio Cancelli. Il poeta racconta di come, apparsagli la madre in sogno nel momento di più acuto dolore segnato dall’avanzare inesorabile del cancro al viso, incita il figlio perché anche lui, come fa da sempre la “divota lucolana gente”, visiti l’immagine di Maria “presso il fonte ove grandeggia il sasso in che l’immagine si cela” al fine di ottenere la grazia. Tale Madonna è, inoltre, legata alla conversione di Don Enrico Fiorenza21 (1848-1932), il quale soleva raggiungere la montagna passando per Peschio Cancelli, fermandosi alla fontana attigua alla chiesetta per ristorarsi. Un giorno venne “chiamato” dalla Vergine la quale lo convertì alla religione cristiana ingiungendogli di farsi prete per cantare e divulgare le di lei lodi.  

L’interno della cappella è molto semplice. L’altare maggiore, gravitante sulla roccia, racchiude una statua della Madonna col Bambino in braccio posta su una base lignea recante le lettere MDPC (Madonna di Peschio Cancelli). Sulla parete sono appesi una serie di oggetti devozionali e di ex voto tra cui un paio di cuori d’argento e una mano di legno a testimonianza della guarigione ottenuta da Isidoro Grossi per grazia ricevuta dalla Madonna al suo inguaribile dolore alla mano. Sul soffitto un quadretto con un santo francescano completa gli ornamenti di questa chiesetta.   

Immersa nel boschetto che circonda l’abbazia di San Giovanni (conosciuto come “Ju Cerqueto”), si trova la piccola cappella dedicata alla Madonna Immacolata. Anche su questa chiesetta le notizie storiche sono molto scarse. Esiste da diversi secoli, ma solo un decennio fa è stata restaurata date le cattive condizioni in cui si era venuta a trovare. Il tetto è stato interamente ricostruito e decorato da un’affrescata volta a botte. Immersi in uno sfondo azzurro (il colore della Madonna) si trovano un piccolo altare dedicato alla Vergine col Bambino incoronata da dodici stelle e, sui lati, due rappresentazioni con episodi della vita di Maria: l’Annunciazione e la Pietà. Il pavimento, in cotto, reca lo stemma del Comune di Lucoli e dell’abbazia di San Giovanni mentre, sul soffitto, si trova incastonato un medaglione in pietra raffigurante il trigramma bernardiniano (IHS). Infine, da poco, all’esterno è stata posta una statua in gesso raffigurante una donna in preghiera.  

Il rifacimento della volta a botte e tutte le decorazioni interne ed esterne sono state realizzate da Lorenzo Bruno, artista di origini eritree, ma oggi risiedente a Collimento. 
 

Chiesa di San Michele Arcangelo (frazione Lucoli Alto)

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La chiesa di San Michele è posizionata su un colle dominante l’intera vallata lucolana. È isolata dall’abitato della frazione di Lucoli Alto ed è raggiungibile solo tramite un sentiero che si inerpica su per il colle e che, una volta arrivati in cima, diletta i turisti con uno splendido panorama.  

La chiesa attuale è frutto di una ricostruzione della chiesa originale distrutta dal terremoto del 13 gennaio 1915 e interamente ristrutturata per interessamento della gente di Lucoli Alto e dell’abate di San Giovanni Ambrogio Ammanniti. A ricordo di tale avvenimento, sulla porta d’ingresso, è stata apposta una lapide commemorativa recante le seguenti parole:  

“TEMPLUM  HOC 

VI TERRAEMOTUS EVERSUM  

AMBROSIUS AMMANNITI ABBAS 

POPULO LUCULENSI ADIUVANTE 

REFICIENDUM CURAVIT 

MCMXXXVIII” 

In passato vi si celebrava la Messa ogni domenica e negli altri giorni in base alla devozione dei fedeli, ma non vi si conservava il SS.mo perché la chiesa era distante dall’abitato. Attualmente vi si festeggiano solo le ricorrenze della solennità di San Michele Arcangelo (29 settembre) e del 31 dicembre, per salutare il vecchio anno, con una Messa e una fiaccolata lungo il sentiero.                               

Le prime notizie storiche su tale edificio risalgono al 1215 (anno della Bolla di Innocenzo III) ed è, inoltre, citata, con il nome di “Sant’Angelo”, nell’ Inventario delle decime aquilane del 1312.  

La chiesa è dedicata a San Michele Arcangelo (Michele = “simile a Dio”) che è considerato il capo dell’esercito celeste nella lotta continua tra bene e male. A ciò si è ispirata anche la sua iconografia: infatti, San Michele è spesso rappresentato nell’atto di uccidere il diavolo. Anche nell’’altare maggiore di tale chiesa, dedicato a San Michele, è conservata una statua con questi soggetti.  

Un documento risalente al 1875 descriveva la chiesa originale composta da una sola navata (come è attualmente), da un altare maggiore e da quattro altari laterali simmetrici con colonne di marmo (oggi non più esistenti) dedicati alla Madonna della Neve, a San Francesco Saverio, al SS.mo Crocifisso e a San Rocco. L’altare di San Francesco Saverio era opera di Francesco Antonio Saverio Grue (1686-1746), uno dei più grandi ceramisti e pittori abruzzesi, nativo di Castelli (Teramo) e di cui si trovano tracce artistiche un po’ in tutto il centro Italia. Proprio nella chiesa di San Michele, il Grue volle lasciare testimonianza della sua bravura dedicando un altare al santo di cui portava il nome con un paliotto fisso su cui era rappresentata la vita di San Francesco Saverio su maiolica. Su questo stesso altare fu rinvenuta anche un’iscrizione che così recitava:  

« Franc. Ant. Xaverius Grue phil. et theol. 

Doctor Invenit et Pinxit in Oppid. 

Anno D 1713 22» 

Attualmente, della chiesa originaria rimane solo un affresco (del ‘300 avanzato) sulla sinistra della navata e raffigurante una Madonna col Bambino in braccio (Madonna del latte) e ai lati San Giovanni Battista (riconoscibile dal cartiglio con scritte latine) e San Leonardo (con i ceppi in mano).  Il paliotto dell’altare maggiore si trova ora conservato nel Museo Nazionale d’Abruzzo a L’Aquila. 

Per questi purtroppo scarsi elementi artistici, oggi, il luogo è frequentato soprattutto per il panorama che offre. Chiunque ami le montagne abruzzesi, posizionandosi di spalle alla porta della chiesa, può ammirare: Monte Vidèo (sulla destra), Monte Terriccio e Monte Orsello (sulla sinistra) e la catena del Terminillo (di fronte). 

Sempre nella frazione di Lucoli Alto, ma affacciata su una piazzetta al centro dell’abitato, si trova un’altra chiesa dedicata alla Madonna Infante o Bambina. Non si conosce la data esatta della sua costruzione in quanto non viene nominata in nessun documento di riferimento, tuttavia possiamo azzardare una sua datazione dopo il XV secolo. Sulla trave di pietra di una finestra si vede inciso l’anno 1782: probabilmente si tratta dell’anno in cui venne realizzato uno dei tanti restauri. È ad una sola navata in parte affrescata ed ha un corpo aggiunto sul lato destro prospiciente l’altare maggiore. Quest’ultimo, di marmo bianco e rosso (forte richiamo alle decorazioni barocche di altre chiese di Lucoli, in particolare dell’abbazia), racchiude la statua di Sant’Anna con la  Vergine in grembo (S. Maria Infante). La chiesa non conserva opere di pregevole valore artistico, ma contribuisce a testimoniare la forte devozione dei lucolani verso la Madre del Cristo. In passato, insieme alla chiesa di San Michele, assolveva alla funzione di luogo di incontro spirituale per le frazioni di Lucoli Alto e Vado Lucoli. 

Chiesa di Sant’Andrea (frazione Sant’Andrea) 

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La chiesa di Sant’Andrea, dedicata a uno dei primi apostoli che Gesù chiamò al suo seguito, è posta al centro della frazione, lungo la strada provinciale che la attraversa. Le prime notizie storiche si hanno dopo il 1300 (tale edificio è infatti citato nell’Inventario delle decime aquilane del 1312 con il nome di “Sant’Andrea di Silva Plana”). Nel 1390 viene ricordata in un contratto stipulato dal notaio Cecco di Matteo per la vendita di una casa di proprietà della chiesa medesima. Inoltre, nel 1425, Meno di Masciarello di Lucoli elesse la propria sepoltura in questa chiesa e le assegnò dei lasciti. Nel 1706 vi venne istituita la Confraternita del SS.mo Sacramento che aveva gli stessi statuti23 di quella di San Giovanni e possedeva anch’essa beni mobili e immobili. Tale Confraternita scomparve nel 1749.  

Una chiesa intitolata a Sant’Andrea si trovava anche nel Quarto di San Giovanni dopo la fondazione della città di L’Aquila. Dal 1467 si ha, infatti, notizia della chiesa di “Sant’Andrea della Stacca di Lucoli” fondata dai parrocchiani della frazione di Sant’Andrea e andata distrutta, insieme a quella di Santa Croce e San Menna, prima del 1752. La zona della città, detta Sant’ Andrea, trae origine proprio da questa chiesa. 

Stilisticamente l’edificio si presenta molto semplice: è ad una sola navata non affrescata e contiene alcune statue raffiguranti il Sacro Cuore di Gesù, la Madonna Addolorata, Sant’Antonio da Padova e San Gabriele dell’Addolorata. L’altare, rialzato con un gradino dalla navata e privo di balaustra, è dedicato a Sant’Andrea Apostolo, la cui imponente statua è posizionata sul tramezzo che separa l’altare dalla piccola sacrestia. 

Anche la facciata è molto semplice e presenta giusto un paio di elementi decorativi: una croce in ferro lavorata e un reperto antico su pietra forse raffigurante un unicorno (nel simbolismo cristiano l'unicorno rappresenta la Vergine fecondata dallo Spirito Santo e simboleggia quindi l'Incarnazione del Verbo di Dio che prepara la strada all'avvento del vero Re). Un foro in basso testimonia il riutilizzo di pietre provenienti da antichi edifici. Annessa alla chiesa, inoltre, si trova tuttora la casa parrocchiale.  

In questa parte del territorio lucolano, conosciuta in epoca romana con il nome di Silva Plana, sono state rinvenute diverse epigrafi latine. Una di esse è murata proprio sulla facciata della chiesa di Sant’Andrea anche se, attualmente, non è visibile forse perché ricoperta dallo stucco. Recita così: “T. Vibius. T. L. Aristo” (Tito Vibio Aristone liberto di Tito). Un’ altra epigrafe, ritrovata presso Poggio Santa Maria in contrada “Brecciasecca”, è murata nell’arco quattrocentesco della famiglia Francavilla sempre di Sant’Andrea e riporta queste parole: “Obidius L. Salvius”. 

L’antica casata dei Francavilla ha origini molto nobili che risalgono alla metà del 1200. Benché avesse la sua principale residenza a Villagrande di Tornimparte, ebbe da sempre come secondo domicilio l’antica casa con arco di Sant’Andrea di Lucoli, sulla quale appose i propri stemmi. Questa casa figura già dal 1477 come proprietà degli eredi di Cola di Pietro di Lucoli, presumibile avo della famiglia Francavilla e probabile nipote del cardinale Nicola. La famiglia si trasferì a Lucoli nel ‘700 e la loro casa quattrocentesca, anche se abitata occasionalmente, era dotata di splendidi affreschi di epoca rinascimentale raffiguranti scene di vita agreste con pavoni ed altri uccelli. 

Chiesa di San Menna (frazione San Menna) 

Crocifissione in ambito di Saturnino Gatti

La chiesa di San Menna, posta nella frazione omonima, è la più antica di Lucoli. Infatti, notizie certe sulla sua esistenza vengono riportate dalle Bolle papali di Alessandro III del 1178 e di Innocenzo III del 1215 in cui figura tale chiesa con il nome di “San Menna di Silva Plana”. Ma ancora prima, esiste una citazione riferita al periodo 789-822 del territorio di “San Mennato in Silva Plana” nella Cronaca del monastero benedettino di Santa Maria di Farfa, opera del monaco Gregorio di Catino nel XII secolo.  

Non si conosce la forma in cui l’edificio originario si presentava agli occhi del fedele, poiché esso ha subito variazioni nel corso del tempo (non a caso sono presenti affreschi realizzati sopra decorazioni più antiche). Si ipotizza anche che, originariamente, l’edificio fosse adibito a culto pagano e che, successivamente, sia stato ampliato e consacrato come chiesa cristiana. Certo è che,  per la sua edificazione, sono stati utilizzati materiali provenienti da costruzioni d’età romana del circondario (se ne trova riscontro nella presenza di frammenti lapidei con iscrizioni latine sia nella parte interna sia in quella esterna delle pareti). È noto che questa prassi fosse particolarmente diffusa in tutte quelle zone che avevano ospitato centri romani (per l’Abruzzo si pensi alla vicina Amiternum o anche ad Alba Fucens). Le motivazioni del riciclaggio di materiali d’età romana non sono, come si potrebbe superficialmente credere, solo economiche e pratiche: tramite essa l’architettura, e quindi la chiesa cristiana delle origini, voleva soprattutto dimostrare e mettere in risalto che Cristo aveva vinto sul paganesimo. 

Sulla parete nord-ovest è stata costruita, in tempi più recenti, la casa canonica che, dal 1970, appartiene a privati.  

La chiesa è stata riaperta al culto nel 2001, dopo i lunghi lavori di restauro (circa un trentennio) diretti dalla Soprintendenza  delle Belle Arti e resi possibili anche grazie al contributo dei parrocchiani. Durante questo periodo venne eretta, poco distante, un’altra chiesa per rispondere alle necessità spirituali della comunità. Tale nuovo edificio, dedicato alla Vergine (come si può notare dall’iscrizione “Ave Maria” riportata sulla facciata), è oggi sconsacrato e quindi utilizzato per altre attività. 

La chiesa parrocchiale è dedicata a San Menna, soldato egiziano militante nell’esercito romano e martirizzato attorno al 303 – 303 d.C. in Frigia sotto l’imperatore Diocleziano. Di questo santo è custodita, in una nicchia sopra l’altare maggiore, una statua lignea policroma del XVII secolo in cui San Menna è raffigurato vestito da soldato romano (con lancia, elmo e armatura) e la palma del martirio in mano. 

L’intero edificio è ricco di affreschi e decorazioni, che coprono le pareti delle navate, e di cappelle devozionali fatte erigere dalle più facoltose famiglie della zona nei secoli XV-XVI. Sulla parete di destra si osserva, infatti, l’altare della famiglia Marinanza fatto innalzare da Alfonso Marinanza nel 1594; sulla parete di sinistra troviamo la cappella di San Giacomo (così intitolata per via di un affresco andato perduto nell’ultimo restauro ed eretta dalla famiglia di Grazioso Pupatti nel 1550); infine, sul pilastro centrale si nota un affresco di Madonna col Bambino commissionato dalla famiglia Micarelli (ben visibile è l’iscrizione Micaregliu datata 1537). Altre due cappelle, le cui mensole sono andate distrutte, sono attribuite, da testimonianze verbali, una alla famiglia Cirella con l’affresco del Compianto, l’altra alla famiglia Cipriani con l’affresco comprendente le figure di Sant’Antonio, Sant’Apollonia, San Francesco e Dio Padre, il tutto sormontato dalla Madonna del Soccorso (datata 1545).  

Indubbiamente degno di nota è l’affresco raffigurante la Crocifissione di Gesù opera di Saturnino Gatti24, uno dei maggiori artisti aquilani che visse a cavallo tra ‘400 e ‘500. Nell’affresco, realizzato tra il 1490 e il 1494, sono rappresentati: Gesù crocifisso, la Vergine Maria svenuta per il dolore e sorretta da due delle pie donne, Maria Maddalena abbracciata alla croce, San Giovanni Evangelista raffigurato, come sempre, molto giovane, due angeli (che raccolgono il sangue di Cristo per offrirlo al Padre), una serie di paggi (particolarmente diffusi tra le nobili famiglie) e alcuni guerrieri (quello a cavallo alla sinistra di Gesù potrebbe essere San Longino, il centurione che, dopo averlo trafitto, si convertì). Occorre notare che quasi tutti i personaggi (tranne Cristo) sono abbigliati secondo le consuetudini dell’epoca di Saturnino Gatti, poiché l’episodio religioso è stato tradotto dall’artista nel linguaggio tipico del suo tempo. In questo modo lo spettatore contemporaneo al Gatti poteva essere maggiormente coinvolto dall’opera che osservava.  

Legata alla chiesa di San Menna è la Madonna della Croce di cui si trova una riproduzione in una nicchia alla sinistra dell’altare. Questa Madonna, che gli abitanti di Lucoli (soprattutto di queste frazioni) hanno in particolare devozione, è connessa a un episodio avvenuto nel 1578. In tale occasione, la Madonna apparve a un giovane pastore lucolano di nome Felice Calcagno che aveva smarrito il suo gregge mentre si trovava in Puglia a svernare. La Vergine lo aiutò a ritrovare le pecore e così egli decise di portare la statua della Madonna, uguale a quella dell’apparizione, a Lucoli. Giunti presso la Croce del Castello di Roio, davanti alla chiesetta di San Leonardo, l’asino che la trasportava si inginocchiò e non ne volle più sapere di continuare. Così i Lucolani, presi da forte devozione, la caricarono a spalla e la portarono fino all’abbazia di San Giovanni. Il giorno dopo la statua non era più lì, ma “se n’era tornata” a Roio, dove, nel 1625, è stato eretto un santuario dedicato proprio alla Madonna della Croce25. I Lucolani, che tuttavia nutrivano grande fede e venerazione per questa Madonna, fecero fare, della statua originale, una copia che oggi è custodita nella chiesa di San Menna.  

All’interno della chiesa è conservata anche un’importante Croce processionale opera dell’orafo sulmonese  Paolo di Meo Quadraro, artista facente parte di una delle più note famiglie della città. Questa croce, risalente agli inizi del ‘400, è molto simile a quella appartenente all’abbazia di San Giovanni e realizzata sempre dallo stesso autore.  

Chiesa di San Giorgio (frazioni Prata – Peschiolo) 

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La chiesa di San Giorgio è situata sulla stradina che collega le frazioni di Prata e Peschiolo ed è da sempre luogo di incontro spirituale e sociale di entrambe queste comunità. La sua collocazione, isolata dal contesto urbano esistente, è alquanto anomala rispetto al posizionamento delle altre chiese frazionali del comune e si può collegare alla funzione svolta dalla chiesa dedicata a San Michele Arcangelo (compresa tra gli abitati di Lucoli Alto e Vado Lucoli), e a quella di Santa Croce (fulcro della vita di Santa Croce Alta e Santa Croce quando essi erano due agglomerati distinti). 

I documenti storici relativi a questa chiesa sono davvero pochi: viene citata una prima volta nella Bolla di Innocenzo III del 1215 come “San Giorgio di Collimento” perché tra i possedimenti dell’abbazia di San Giovanni e una seconda volta nell’ “Inventario delle decime e censi della diocesi Aquilana degli anni 1312-1328” come chiesa appartenente al territorio di Lucoli. 

A causa di questi scarsi dati non possiamo stabilire con esattezza la data di fondazione di tale chiesa, ma possiamo tuttavia farla risalire all’inizio del XIII secolo. 

Come riferisce l’Antinori, nel 1403, la chiesa di San Giorgio rifiutò di pagare le decime vescovili insieme alla chiesa di San Sebastiano di Collimento: ciò significa che già dopo tale data la chiesa era passata sotto la giurisdizione vescovile lasciando quella abbaziale. 

Ulteriore menzione di tale chiesa si ha nel 1585 quando viene citata sotto la cappellania di San Lorenzo di Casavecchia (cappellania conferita sempre dal Vescovo). Nel 1793, con la nomina di un economo curato fisso, fu conferita alla chiesa di San Giorgio una cappellania autonoma che si protrasse fino al 1885 (l’ultimo curato fu don Domenico Sartori). Da questa data, quindi, San Giorgio riprende la sua posizione di chiesa frazionale direttamente sotto il controllo della parrocchia di San Giovanni (tuttora il suo parroco è lo stesso di San Giovanni) ed è l’unica, tra le chiese posizionate ad ovest del Rio, a dipendere da questa parrocchia. Come possibile origine di questa condizione può considerarsi un documento del 1474 (riportato dall’Antinori) con il quale il vescovo dell’Aquila, Amico Agnifili, sopprimeva, in quanto abbandonata dal proprio rettore e in condizioni pessime, la chiesa di San Salvatore (esistente già da prima dell’anno 1000) situata tra le frazioni di Santa Croce e Peschiolo nella località ancora oggi conosciuta come Cerreta. In tal modo i beni appartenenti alla chiesa di San Salvatore vennero divisi equamente tra la chiesa di San Sebastiano di Collimento e la chiesa di Santa Croce: le frazioni di Prata e Peschiolo venivano così a sottostare alla parrocchia di San Giovanni. 

Come tutte le altre chiese di Lucoli anche San Giorgio ha subito diverse modifiche nel corso dei secoli soprattutto in seguito ai numerosi terremoti che hanno scosso la nostra vallata.  

L’edificio, data la sua modesta dimensione (riscontrabile anche in quasi tutte le chiese frazionali), la semplicità del prospetto e della pianta, ha tutto il carattere di una chiesa votiva. La stessa facciata riprende i lineamenti a muraglia rettangolare e coronamento orizzontale tipici della scuola aquilana sviluppatasi nel periodo della costruzione di Santa Maria di Collemaggio (XIII secolo). Il portale, semplice e lineare e preceduto da una scalinata di recente fattura, è posteriore alla data di costruzione della chiesa ed è sormontato, sull’architrave, da un bassorilievo in pietra raffigurante le gesta di San Giorgio. Due piccole finestre, a destra e sinistra del portale, proprio all’altezza dell’architrave, hanno la funzione di illuminare l’aula; questi elementi si ritrovano in molte chiese di tipo rurali e negli oratori campestri: posizionate ad altezza d’uomo davano la possibilità di pregare stando all’esterno della chiesa o, al contrario, di poter controllare il gregge stando all’interno.  

La copertura a falde, poggiata su capriate in legno del corpo centrale, è divisa in due parti: una più bassa che copre l’aula e una più alta che copre presbiterio e sacrestia; in corrispondenza del muro che divide questi due ultimi locali si erge il campanile, anch’esso tipico dell’architettura povera rurale e sempre in muratura con pietre a vista. Al suo interno sono alloggiate due campane che, secondo la leggenda, erano appartenute alla chiesa di Sant’Eramo, paese scomparso della vallata lucolana. 

La pianta della chiesa è rettangolare, ad aula unica ed è forse l’unico elemento che non ha subito modifiche dalla fondazione della chiesa.  

La chiesa è dedicata a San Giorgio che, come narra la leggenda aurea, era un cavaliere convertitosi al cristianesimo che liberò da un pericoloso drago una principessa mandata da lui come riscatto perché non distruggesse la città. San Giorgio affrontò e uccise il drago convertendo, poi, tutta la regione al cristianesimo. Morirà nelle persecuzioni di Diocleziano all’inizio del IV secolo.  

In ricordo di tale episodio San Giorgio viene sempre rappresentato nell’atto di uccidere il drago (allusivo anche alla figura di Cristo che combatte il male e libera l’anima dal peccato). Anche all’interno di tale chiesa, in una piccola cappella, viene custodita la statua di San Giorgio a cavallo portata in processione ogni anno, intorno al 20 agosto, in occasione della festa patronale organizzata dalle due frazioni. 

Lungo la navata si avvicendano diverse opere d’arte di interesse artistico, ma di cui non si conoscono gli esecutori. 

L’altare maggiore, sopraelevato di due gradini rispetto al piano del coro, è dedicato alla Madonna di Loreto ed è in puro stile barocco con colonne di ordine composito poggianti sul piano dell’altare stesso. Due porticine ai lati conducono alla sacrestia. Sempre nel presbiterio, a destra del coro, è murato un fonte battesimale in pietra con una portoncina in legno intarsiato. 

Nell’aula principale, divisa a metà da un arco a tutto sesto, sono situati tre altari (due a destra e uno a sinistra) rialzati rispetto al pavimento da un gradino. In quello di sinistra, stilisticamente simile a quello principale ma di dimensioni minori, è collocata una tela raffigurante la Madonna col Bambino e Santi (opera del XVIII secolo): Gesù Bambino tiene tra le mani lo Scapolare del Carmelo ed accompagna la Madonna insieme a San Bernardino da Siena (riconoscibile dal trigramma IHS), San Giovanni Battista, San Domenico di Guzman, Santa Caterina da Siena e un altro santo francescano non identificato. 

Sulla destra troviamo un’altra tela raffigurante la Madonna del Carmelo e, su questa, in dimensioni ridotte, un dipinto con Sant’Antonio da Padova, Santa Lucia e San Carlo Borromeo. 

Nella parte sinistra dell’aula, vicino alla balaustra, si trova il confessionale con sopra il pulpito in legno lavorato. Vicino all’ingresso, ricavate nei muri laterali, vi sono due nicchie che ospitano le statue di Sant’Antonio (a sinistra) e della Madonna Addolorata (a destra). 

Il tutto è completato da un soffitto a cassettoni policromi lievemente discendente sui muri perimetrali che sono intonacati e non presentano tracce di affreschi. 

La chiesa di San Giorgio è stata restaurata integralmente negli anni ’90 avendo subito, in passato, un lento ma inesorabile degrado dovuto all’incuria del tempo e degli uomini. 

Chiesa di Santa Croce (frazione Santa Croce) 

Veduta generale

La chiesa di Santa Croce è chiesa parrocchiale della frazione di Santa Croce (oggi costituita da un unico agglomerato comprendente Santa Croce Alta e Santa Croce). È un edificio molto antico che, come tutte le altre chiese del comprensorio lucolano, ha subito modifiche e restauri nel corso dei secoli. Come documento storico di riferimento abbiamo l’Inventario delle decime della diocesi aquilana perché è qui che compare, per la prima volta, la chiesa di “Santa Croce in Lucoli” per distinguerla da quella di “Santa Croce di Lucoli in civitate” (cioè all’interno della città di L’Aquila, facente parte del Quarto di San Giovanni di Lucoli ed edificata dagli originari dei castelli del lucolano venuti a concorrere alla fondazione della nuova città). Quest’ultima, a volte ricordata anche come “Santa Croce di Collimento” e situata nei pressi dell’attuale Belvedere (viale Niccolò Persichetti), venne detta, per le sue modeste dimensioni e per distinguerla dall’altra con lo stesso nome facente parte del monastero posto nei pressi della porta di Barete (nel Quarto di San Pietro), “Santa Crucicchia” (e con tale nome è ancora ricordata). Le poche notizie pervenuteci si riferiscono alla nomina dei cappellani da parte degli esponenti dei vari rami della famiglia de Nardis (o Nardis) che formavano una specie di consiglio di famiglia. È in questa chiesa aquilana che si recava spesso il Venerabile Servo di Dio Baldassarre de Nardis per i suoi ritiri spirituali aiutato dalla posizione isolata e dalla pace del luogo. Dopo vari secoli di vita, visto l’irreparabile stato dell’edificio in seguito al terremoto di metà ‘700, i de Nardis, piuttosto che riedificarlo in quell’isolata posizione, preferirono finanziare una nuova cappella nella vicina chiesa di San Francesco di Paola in cui, una volta ultimata, trasferirono la venerazione della Croce dell’originaria chiesa (che tuttora orna l’altare) ed il titolo (Santissimo Crocifisso). Al contempo vollero far sì che Santa Croce seguitasse a far udire la sua voce e così dedicarono una della campane della nuova chiesa di Sant’Antonio da Padova (posta in via San Marciano) alla sua memoria. Il destino volle che, a distanza di secoli, la chiesa di San Francesco di Paola accogliesse i resti di un’altra chiesa edificata in L’Aquila dai lucolani: la facciata della demolita San Giovanni di Lucoli (1896). Così oggi nello stesso luogo sopravvive la memoria di due edifici che costituivano punto di riferimento spirituale del popolo lucolano nella città di L’Aquila.  

Ma veniamo alla chiesa di Santa Croce in Lucoli.  

Buccio di Ranallo nella sua Cronaca Aquilana racconta che, nel 1345, le nobili famiglie aquilane di Messer Bonagiunta, Lalle Camponeschi e Nanni di Roio, deposti momentaneamente i loro rancori politici, stabilirono che alcuni loro membri si unissero in matrimonio proprio in questa chiesa:  

“In quillo anno medesimo Popletani tractaro 

Pace et parentela, et tanto se menaro, 

Che Miser, Ser Lalle et Nanni se accordaro ; 

Ad Santa Croce de Luculo in bocca se basciaro”.. 

Altri documenti ci riferiscono che nel 1425 Meno di Maresciallo di Lucoli ne arricchì la dote parrocchiale con alcuni beni lasciati per testamento e che nel 1407 e 1410 fu tassata rispettivamente per le decime diocesane e pontificie.  

Da secoli, in questa frazione, insieme alla Santa Croce, vengono venerati l’Immacolata Concezione di Maria (in passato esisteva anche una Confraternita in suo onore), il Sacro cuore di Gesù (a cui è dedicata una piccola ma suggestiva cappella all’entrata del paese) e San Vincenzo. Non a caso gli abitanti del luogo potevano vantare ben quattro feste patronali dislocate nel corso di tutto l’anno. Al giorno d’oggi, le ricorrenze che si festeggiano sono quelle dell’Immacolata Concezione (8 dicembre) e dell’Esaltazione della Croce (20 settembre). Da sempre, in occasione di quest’ultima festività, si ricorda la Passione di Nostro Signore lungo il suggestivo percorso delle “Tre Cruci”. Esso, segnato da 14 croci (ciascuna corrispondente ad una stazione della Via Crucis), inizia dalla chiesa e conduce fino ad una montagnola fuori il paese, sulla cui cima sono poste le tre croci finali, a ricordo del Calvario. Tale tradizione viene rinnovata anche ogni Venerdì Santo. 

La chiesa di Santa Croce presenta una sola navata arricchita da due altari laterali, dedicati uno alla Beata Vergine del Rosario e l’altro alla Natività di Maria. Nonostante nel 1945 siano stati realizzati dei lavori per l’abbassamento del pavimento, la navata non risulta particolarmente alta: questo è comunque un elemento che, insieme alla copertura a capriate, fa della chiesa un luogo di culto caldo ed accogliente. In passato l’interno dell’edificio era molto diverso, non solo per la presenza di una volta affrescata che celava le capriate poste al di sopra, ma anche per la diversa organizzazione del presbiterio. La sagrestia, infatti, era ricavata dallo spazio che il precedente altare maggiore lasciava dietro di sé. Anche gli altari laterali non sono nati così come li vediamo, poiché possedevano una maggiore sporgenza. Quelli principali sono dedicati alla Beata Vergine del Rosario e a Sant’Anna che fa visita alla Sacra Famiglia. 

Tra i santi venerati in questa chiesa, oltre a San Gabriele dell’Addolorata, San Bernardino da Siena e Sant’Antonio da Padova, spicca l’aragonese San Vincenzo Ferrer, sacerdote di spicco dell'Ordine dei Predicatori che vide nella mistica domenicana Santa Caterina da Siena una strada per raggiungere la Verità e la perfezione, tanto da dedicarvi anche l'importantissimo trattato De vita spirituali. Egli visse, come questa santa, nel difficile periodo storico dello scisma d'Occidente, iniziato nel 1378. La statua qui conservata raffigura San Vincenzo nelle tipiche vesti domenicane (tonaca e scapolare bianchi, cappa e cappuccio neri), con l’indice della mano destra alzato in segno di ammonimento e la Bibbia aperta (sorretta dalla mano sinistra) in cui compare l’esortazione “Timete Deum et date illi honorem et gloriam” (Temete Dio e date a Lui onore e gloria). Altri elementi della statua che contribuiscono a definire la personalità e le virtù del santo sono le ali con cui viene raffigurato anche in molti altri casi e la tromba sorretta dal putto: essi ci ribadiscono l’immagine di san Vincenzo come angelo dell’apocalisse in riferimento al suo impegno nella predicazione sul destino umano. 

Chiesa di San Luca (frazione Casamaina) 

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L’attuale chiesa di Casamaina, dedicata a San Luca Evangelista, è stata eretta sulle rovine di una precedente piccola chiesa di cui non si conosce la data di fondazione. Essa non era nominata dalla bolla di Innocenzo III indirizzata all’abate del monastero di San Giovanni di Collimento ed ai suoi monaci il 23 aprile 1215 in cui venivano elencate le diverse chiese di Lucoli sottoposte alla giurisdizione dello stesso abate. Si sa che, comunque, dipendeva dall’abate regolare di San Giovanni e non dal vescovo di L’Aquila. Quando, nel 1461, l’abbazia fu secolarizzata da Papa Pio II, l’abate ne conservò la giurisdizione ordinaria e quindi il diritto di nominarne il curato. 

L’11 settembre 1864 la gente di Casamaina commissionò la sua croce processionale all’orafo aquilano Giuseppe da Rascino per la cui realizzazione offrirono rame, oro, tre libbre e mezza di argento e cinquanta ducati. 

Si sa, inoltre, che questa precedente chiesa conteneva al suo interno due altari, uno posto frontalmente e uno posizionato nel lato su cui oggi si trova la statua di Maria Bambina. 

Tale chiesa fu distrutta nel 1960 per  volontà del parroco allora in carica (don Valente Di Carlo) perché appariva in stato di avanzata precarietà e perché ritenuta troppo piccola per accogliere i circa 400 abitanti che allora abitavano il paese. Al suo posto ne venne costruita una completamente nuova sempre dedicata all’Evangelista. 

 

Ultimo aggiornamento

Giovedi 28 Gennaio 2021